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Chi ha paura dello pseudomorfo?

Andrea Pinotti

pp. 81-98

Da quando Spengler, nel secondo volume del Tramonto dell’Occidente (1922), ha preso a prestito dalla terminologia mineralogica la nozione di «pseudomorfosi» per applicarla alla morfologia delle culture e all’interpretazione dei rapporti fra differenti tradizioni culturali, questo concetto si è ampiamente diffuso nel vocabolario della filosofia e delle scienze umane. Il presente articolo si ripropone di ricostruire alcune tappe fondamentali della storia degli effetti di tale prestito, indagandone al contempo le oscillazioni dello spettro semantico e le implicazioni metodologiche ed epistemologiche. In Spengler il concetto viene assunto in accezione fondamentalmente negativa, per descrivere un fenomeno di costrizione morfologica: una cultura nuova è costretta dalla forza d’inerzia di una cultura precedente ad assumere forme estranee per manifestare i propri contenuti. Diversi lettori del Tramonto mutuano tale termine adattandolo alle proprie ricerche: Jonas per esplorare la relazione fra la gnosi e le tradizioni greca, orientale e cristiana; Mumford per analizzare le connessioni fra i recenti progressi tecnologici e le vecchie forme del potere e dell’economia; Adorno per condannare perniciose mimesi (la filosofia che imita le scienze; l’arte che imita il linguaggio concettuale; la musica che imita la pittura). Tutti condividono l’idea che la pseudomorfosi consista in una falsa manifestazione formale, che finisce per mascherare l’espressione di un contenuto autentico e originario; inoltre, l’adozione di forme vecchie per comunicare contenuti nuovi favorisce analogie e somiglianze meramente superficiali e sostanzialmente infondate. Anche Panofsky accoglie la nozione nella sua iconologia, imprimendo tuttavia al concetto curvature differenti in diversi momenti della sua opera: in Studies of Iconology (1939) si riconosce alla pseudomorfosi una positiva valenza euristica, capace di portare ad espressione, nel Rinascimento, contenuti rimasti inespressi nell’antichità grazie alla sopravvivenza di elementi della mediazione medievale. Una complessa relazione a tre tempi, dunque, che mette in luce un poietico movimento retroattivo del presente sul passato remoto grazie alla metabolizzazione del presente prossimo: una significativa riqualificazione della funzione pseudomorfica (già adombrata dalle ricerche di Warburg sul Nachleben der Antike), che tuttavia si perde nella successiva riflessione panofskyana, dal momento che in Tomb Sculpture (1964) torna a riaffermarsi l’accezione negativa e semplificatoria di pseudomorfosi come apparente ma infondata analogia formale. Assunto in questo senso peggiorativo, il termine trapassa nella successiva storiografia artistica (ad esempio in Rosenblum e Bois). Ma l’affermarsi, in tempi recenti, di una rivalutazione dei fenomeni di anacronismo (Didi-Huberman, Nagel, Wood, Powell) sta comportando, in parallelo, una riqualificazione delle potenzialità euristiche della retroazione pseudomorfica. Per potersi realizzare compiutamente, tale riqualificazione deve accompagnarsi con una coerente teoria delle somiglianze.

Publication details

DOI: 10.4000/estetica.1206

Full citation [Harvard style]:

Pinotti, A. (2016). Chi ha paura dello pseudomorfo?. Rivista di estetica 62, pp. 81-98.

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